Il 28 febbraio a Roma si è svolta una manifestazione nazionale organizzata da centri antiviolenza e da reti femministe e transfemministe. Il corteo ha sfilato con lo slogan «Senza consenso è sempre stupro».
La mobilitazione è nata in risposta alla riformulazione del disegno di legge presentata dalla senatrice Giulia Bongiorno. Molte organizzazioni la considerano un passo indietro nella tutela delle vittime.
Perché la piazza si è mobilitata
Molte organizzazioni ritengono che la nuova formulazione costituisca un arretramento rispetto all’obiettivo iniziale di recepire la Convenzione di Istanbul e di consolidare il principio del consenso. Secondo attiviste e giuriste, la versione discussa a Palazzo Madama introduce un perno normativo che valorizza la volontà contraria della persona offesa, trasformando una regola di accertamento del consenso in un elemento centrale per la configurazione del reato.
Le critiche sottolineano che questo orientamento potrebbe rendere più difficile la raccolta di prove e aggravare la posizione delle persone offese durante il processo. Per queste ragioni, i centri antiviolenza e le reti femministe considerano la modifica un passo indietro nella tutela delle vittime e hanno motivato la mobilitazione con richieste di chiarimenti e revisioni del testo.
Una reazione organizzata
A seguito delle criticità rilevate, la mobilitazione ha assunto forme coordinate. Hanno partecipato realtà dei centri antiviolenza, associazioni transfemministe, case delle donne e collettivi studenteschi. Sono intervenute anche sigle sindacali come CGIL e UIL. Il fronte comune è nato dopo settimane di assemblee territoriali e confronti legali che hanno valutato il testo e le possibili ricadute nell’applicazione giudiziaria.
Cosa contestano le organizzazioni
Le critiche si concentrano sulla definizione operativa del consenso e sull’interpretazione dell’onere probatorio. Le realtà mobilitate sostengono che la riformulazione proposta sposti il baricentro della prova a danno della persona offesa.
Secondo le organizzazioni, la nuova formulazione obbligherebbe le vittime a dimostrare il proprio dissenso, contraddicendo l’orientamento giurisprudenziale che tende a tutelare chi denuncia. Temono inoltre un effetto deterrente sulle denunce e un aumento dell’impunità per gli autori dei reati.
Le associazioni chiedono chiarimenti normativi e misure di presidio procedurale per evitare interpretazioni restrittive in sede giudiziaria. Resta aperto il confronto con i legislatori sulle modifiche necessarie per garantire tutela effettiva alle vittime.
Le parole dei protagonisti
Prosegue il confronto dopo la mobilitazione con interventi in piazza di rappresentanti di Differenza Donna e di legali che seguono i casi di violenza. Esponenti politici, tra cui alcune senatrici del PD e parlamentari di altre forze, hanno espresso solidarietà alla manifestazione e richiamato il patto pubblico annunciato in Parlamento per una legge sul consenso. Il segretario della Cgil ha rivolto critiche al disegno di legge, definendolo un «capovolgimento» delle tutele esistenti. Il dibattito istituzionale resta aperto e il confronto con i legislatori proseguirà per valutare le modifiche necessarie a garantire tutela effettiva alle vittime.
La dimensione sociale della protesta
Il corteo ha raccolto una partecipazione ampia e variegata, con studenti e studentesse, attiviste, operatori dei servizi antiviolenza, sindacati e cittadini. Questo mix ha evidenziato che la questione investe la vita pubblica e la percezione dei diritti, oltre gli ambienti tradizionalmente femministi. I cartelli e gli slogan, spesso ironici ma decisi, hanno espresso la rabbia per quella che molte hanno definito una regressione normativa, segnalando il carattere trasversale della mobilitazione.
Implicazioni pratiche
Dal punto di vista operativo, le preoccupazioni riguardano l’efficacia dell’accertamento giudiziario e la possibile maggiorazione del carico probatorio sulle vittime. Operatori legali e rappresentanti dei servizi temono che un orientamento giurisprudenziale che richiede una dimostrazione esplicita del dissenso possa tradursi in un numero inferiore di condanne e in una percezione pubblica meno attenta alla responsabilità degli autori. In relazione a tali criticità, si prevedono approfondimenti tecnici e giuridici nei prossimi passaggi istituzionali.
Prospettive e richieste
In seguito alle osservazioni sollevate, le organizzazioni hanno chiesto il ritiro del testo così riformulato e hanno rilanciato la necessità di un percorso partecipato. Tale percorso deve coinvolgere le realtà sul territorio, le giuriste e le vittime nella definizione di una norma che garantisca protezione effettiva. È stata annunciata l’intenzione di proseguire la mobilitazione a livello nazionale fino a quando non saranno recepite le modifiche ritenute essenziali dalle associazioni.
Il ruolo delle istituzioni
Al centro del dibattito resta il rapporto tra politica e impegni pubblici. Da una parte permane la promessa di una legge sul consenso già richiamata in passato da alcuni leader. Dall’altra cresce la delusione di chi interpreta la riformulazione come un allontanamento da quell’accordo. Le piazze e le organizzazioni chiedono risposte chiare e un confronto trasparente sul testo normativo. Sono previsti approfondimenti tecnici e giuridici nei prossimi passaggi istituzionali, con l’obiettivo di valutare le migliorie richieste dalle parti interessate.
Un impegno che continua
Diciamoci la verità: le organizzazioni hanno interpretato la manifestazione del 28 febbraio a Roma non come un punto di arrivo, ma come l’avvio di una fase organica di mobilitazione.
Finché il disegno di legge non sarà ritirato o modificato in senso ritenuto coerente con la tutela del consenso, le reti mantengono l’impegno a sorvegliare il dibattito pubblico e istituzionale.
Gli enti promotori annunciano la predisposizione di approfondimenti tecnico‑giuridici e di iniziative di monitoraggio nei prossimi passaggi parlamentari, con l’obiettivo di valutare le migliorie richieste dalle parti interessate.
È previsto un calendario di audizioni e incontri con parlamentari e commissioni competenti per verificare l’applicazione delle osservazioni avanzate dalle associazioni.
