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9 Giugno 2026

Drive in, oltre le tette delle ragazze fast food il nulla

Mercoledì sera quel furbone di Alessio Vinci, per Matrix, ha rimandato in onda una puntata del Drive in – lo storico programma comico di Antonio ... Leggi tutto

Mercoledì sera quel furbone di Alessio Vinci, per Matrix, ha rimandato in onda una puntata del Drive in – lo storico programma comico di Antonio Ricci – con annesso dibattito, andato poi in onda a tarda notte e quindi verosimilmente seguito da pochi intimi. Poco male, visto che ad animarlo, accanto a due giornalisti dell’Unità e del Fatto quotidiano, c’erano i difensori d’ufficio Fabrizio Rondolino, “compagno” di casa Mediaset, e Gianluca Nicoletti, che è una specie di Mollica del Tg1: assolve qualsiasi porcheria veda, ma usando un linguaggio da cineforum degli anni 70, utilissimo per conciliare il sonno del telespettatore.

Comunque, la domanda – come mai d’attualità di questi tempi – era la solita: il Drive in ha segnato l’inizio della corruzione del costume degli italiani? Ha imposto il modello della velina (allora ragazza fast food), ovvero della donna oggetto, ornamento e arredo scenico dello spettacolo, incapace di aprire bocca ma piacevole alla vista e stuzzicante per gli ormoni maschili? E soprattutto, quanto di quel modello riproposto per anni sul piccolo schermo è entrato nei comportamenti e nelle scelte degli italiani? Quanto c’entra con le ragazze che sognano il futuro da divetta tv, con le mamme e i papà che iscrivono le figlie ai concorsi di bellezza, con la prostituzione dilagante e con l’indifferenza nei confronti delle serate arcoriane del bunga bunga?

Domande difficili e complesse, per le quali servirebbe un saggio piuttosto che un post. Nelle poche righe che ci restano possiamo provare a dire un paio di cose. Uno, condannare Drive in oggi sembra ingeneroso. A suo modo innovò nel panorama televisivo, lanciando la comicità demenziale e le ragazze maggiorate e mezze nude a fare da simpatico e gustoso contorno. Tra l’altro, a differenza delle veline di oggi, ogni tanto parlavano pure. Ma insomma l’esperimento, all’alba degli anni 80, poteva essere considerato come una strampalata e allegra provocazione, niente per il quale coprirsi gli occhi e inorridire.

Il fatto è che quel modello – e veniamo al punto due – è stato copiato e importato in qualunque altro contesto televisivo: da ogni genere di trasmissione d’intrattenimento al talk show, dal quiz all’informazione sportiva, il piccolo schermo è stato riempito di ragazze in mutande e reggiseno, sempre mute e alle volte addirittura immobili, per svolgere un ruolo ornamentale accanto al conduttore maschio incravattato, rispetto al quale la posizione di umiliante subordinazione appare esplicita. Insomma è l’immagine della donna nel complesso dei palinsesti che ha prodotto danni, ma l’andazzo non è imputabile al Drive in, semmai in chi l’ha preso a modello, anche e soprattutto quando non c’entrava nulla.

Poi certo, la trasmissione in sé, anche a riguardarla oggi, appare di una povertà artistica e comica desolante. Infatti non stupisce che nessuno di quei comici, finito il programma, abbia fatto carriera, a parte Ezio Greggio, per uno di quei misteri che rimarranno per sempre inspiegabili. Restano le tette delle ragazze, e quelle ce le rammentiamo tutti, per il resto: nulla assoluto. D’altra parte, come ha scritto molto bene un mio lettore, dei programmi di Ricci giusto della gnocca ci si può ricordare.

(In alto: una tipica inquadratura da Drive in).