Anche quest’anno il Festival del Cinema di Venezia ha il suo film scandalo.
Dopo il sessuocentrico Shame dell’edizione precedente parrebbe trattarsi oggi – il condizionale è d’obbligo nel caso compaia una pellicola più controversa – di Paradise: Faith (titolo originale: Paradies: Glaube), secondo capitolo della trilogia dedicata all’amore ideata e messa in scena dal regista Ulrich Seidl.
L’opera in concorso racconta la vita di Anna Maria, una donna estremamente religiosa che vive un rapporto spirituale estremamente radicale e quasi “letterale”.
Viene infatti mostrata in lunghi e glaciali pianisequenza durante la sua quotidianità che comprende fustigazioni, applicazioni di cilicio, tentativi di conversioni di atei porta a porta, accompagnata da una statua della Madonna alta un metro, discussioni con il suo gatto e – ecco lo scandalo – persino la masturbazione attraverso un crocefisso.
La situazione precipita quando ritorna a casa il marito , di fede islamica e costretto sulla sedie a rotelle, che vorrebbe re-inserirsi nella vita della coniuge, ritornando anche alla normalità dell’intimità. Inutile dire che lo scontro tra i due – drammatico e ridicolo allo stesso tempo – sarà molto forte.
Accusato di fare un cinema brutto tout court, che mostra corpi disfatti, azioni aberranti e alla ricerca della facile provocazione, Ulrich Seidl non è fatto nuovo a operazioni del genere, se si pensa alle pellicole antecedenti a questa, Paradise: Love e Import/Export.
Il pubblico in sala ha applaudito – evento che ai Festival significa poco, in effetti – ma la stampa si è divisa tra stroncature ferocissime e apprezzamenti per il coraggio e la coerenza del film. Vorrei dire che prima o poi potremo avere una nostra opinione personale ma dispero di vedere Paradise: Faith distribuito normalmente nella Penisola italiana.
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