Vin Diesel e The Rock se le danno di santa ragione in Fast & Furious 5

Macchinoni, belle ragazze, tanta azione, amicizia virile e guida all’impazzata alla ricerca della massima velocità ottenibile senza sfracellarsi contro il guardrail. Questi sono sempre stati gli ingredienti dosati in misura diversa della saga di Fast & Furious, ora giunta al quinto capitolo (negli Usa intitolato Fast 5, ma si sa, a noi toccano i nomi scarsi).

Naturalmente le proporzioni non sono mai state uguali da un film all’altro e ciò ha garantito una discreta varietà nella saga di Dominic Toretto (il sempre cannottierato Vin Diese compagnia tamarra al seguito.

Sintesi velocissima della trama: il protagonista, assieme alla sorella e all’amico ex rivale Brian si rifugiano a Rio. Qui dovranno combattere contro uno spietato e autoritario business man, nonché con un agente dell‘FBI deciso a sbatterli in prigione.

Il tutto portandosi a casa 100 milioni di dollari custoditi da una cassaforte inespugnabile.

Quest’ultima pellicola firmata dallo stesso Justin Lin dei precedenti due capitoli (Tokio Drift e Solo parti originali) ha un’atmosfera elegiaca, da fine della storia e insieme da sua celebrazione. Non siamo molto distanti da una certa aria che già si respirava ne I mercenari di Stallone, pur con le dovute differenze: se Sly e seguito erano fuori dai giochi per raggiunti limiti d’età e per una sorta d’etica guerriera ormai scomparsa, il gruppo di Dom viene celebrato aprioristicamente, senza un motivo particolare.

I personaggi si mettono in posa, dicono le loro battute da leggende viventi e quindi scompaiono all’orizzonte; i continui riferimenti al passato, a eventi avvenuti in precedenza, a personaggi scomparsi non fa che aumentare questa sensazione di epicità.

E, conformemente a quanto detto finora, nel film non succede molto: l’azione sta quasi tutta all’inizio, qualcosina in mezzo (una gara tra amici e un paio di inseguimenti-sparatorie) e la devastante mezz’ora finale.

C’è un momento che ben esemplifica la struttura del film: Dominic e l’agente dell’FBI interpretato da The Rock (che ora vuole diventare un attore serio e si fa chiamare Dwayne Johnson) sono uno contro l’altro, testa contro testa, testosterone contro testosterone, pettorale contro pettorale. Eppure non succede nulla, ringhi da una parte e dall’altra, sbruffonate ma niente mazzate (non temete, arriveranno e saranno deflagranti, ma questo momento è paradigmatico). Addirittura il regista si permette di saltare una gara automobilistica con una ellisse narrativa, come a voler dire che Dominic non ha più bisogno di dimostrare nulla, ormai è al di sopra di tutto e di tutti.

A questo proposito due parole sulle performance degli attori. Recitano piuttosto male, quasi svogliati, ben poco partecipi, eppure l’affiatamento è palpabile e riescono a creare davvero la sensazione di trovarsi di fronte ad un gruppo di amici o di colleghi uniti dal destino. Misteri del cinematografo.

Le scene d’azione, vero e proprio perno del film, non sono moltissime, e non si può dire che siano troppo originali, se non per l’ultimo colpo. Justin Lin poi usa una camera a mano decisamente mobile e mossa, cosa che a volte rende indecifrabile ciò che succede. Il contraltare di questa impostazione di messa in scena è che queste sequenze esprimono una potenza enorme, che lascia soddisfatto l’amante di distruzione e devastazione.

Arriviamo così all’ultima mezz’ora: due auto, legate ad un’enorme cassaforte, seminano il caos per le strade della città, inseguite da un esercito di vetture della polizia. Il celeberrimo inseguimento del film dei Blues Brothers impallidisce di fronte alle macerie fumanti e alle carcasse metalliche che si lasciano dietro questi due folli, in un tripudio di montaggio frenetico e movimenti di macchina da presa velocissimi.

Ma insomma, se il film dura 130 minuti, più o meno, e l’azione non è così preponderante, cosa c’è in mezzo? Studio dei personaggi, attesa, dialoghi divertenti: situazioni tipiche da film action in cui si sta preparando un grande colpo. Il miracolo è che non si sbadiglia quasi mai, grazie a delle caratterizzazioni scontate sì, ma anche di grande efficacia.

Il tema della famiglia, del gruppo di amici-rivali come nucleo fondamentale (i giapponesi li chiamerebbero nakama) è evidenziato per tutta la durata dell’opera, pur senza essere troppo stucchevole. Pare di essere in un classico film di Johnnie To in cui i personaggi parlano e fanno delle cose invece che stare seduti attorno ad un tavolo a mangiare cibo cinese. E scusate se è poco, date le premesse iniziali di scarso spessore.

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