Sucker Punch: troppa estetica e poco divertimento, neanche Vanessa Hudgens fa bella figura

Sucker Punch, come del resto 300 e Watchmen, fa discutere animatamente e animosamente la critica. Film senza contenuto, parabola post-femminista, sfoggio di tecnica, regalo per gli appassionati di manga-cartoni-videogames?

Al solito, quando si parla di Zack Snyder, regista del film, il discorso da fare è molto, molto più semplice.

Zack fondamentalmente è un tecnico, sa muovere molto bene la macchina da presa, ha in sé un potenziale immaginifico enorme (anche se, bisogna dire, si nutre di materiale pre-esistente e generalmente crea ben poco di originale): non bisogna chiedergli però di farci pensare, di dare una struttura significativa ai suoi film, di regalare performance convincenti ai suoi attori.

Zack è un videoclipparo, nel migliore dei sensi: musica ad alto volume, ipercinesi, tanta computer grafica, fotografia desaturata e tanti mostri, samurai giganti, robot assassini.

Il sogno, per un fan; un incubo per l’occhialuto cinefilo che si aspetta piani sequenza altamente significativi.

Ma (e c’è un ma, altrimenti tutto ciò che ho scritto sopra sarebbe ben poco utile) qui non si celebra il talento del regista, in quanto Sucker Punch fallisce proprio sui campi dove la goleada dovrebbe essere d’obbligo, mentre si avventura su strada poco consone a Snyder, in preda a velleità d’autore.

La storia di Baby Doll, ragazzina rinchiusa in un manicomio criminale dopo aver tentato di sventare lo stupro della sorellina da parte del patrigno – la sequenza, iniziale, come si è scritto ovunque fino alla nausea, è in effetti un piccolo gioiellino di condensazione filmica che con poche e calibratissime inquadrature esprime tutto il potenziale iconico insito in ogni singolo momento, rendendola quasi un bigino-capolavoro della sequenza tipica del tentativo di stupro + vendetta – la storia di Baby Doll, che per sfuggire alla realtà si rifugia nell’immaginazione fantastica (qualcuno ha detto Lynch? Esattamente), non è altro che un pretesto per cinque sequenze d’azione ad alto tasso adrenalinico.

Che sia un pretesto in realtà lo diciamo noi, perché Zack in realtà ci tiene tantissimo a tutta la parte drammatica-esistenziale-metatestuale-autoriale, peccato però che non sia decisamente nelle sue corde. Non soltanto le attrici principali del film, Emily Browning, Abbie Cornish, Jena Malone, Vanessa Hudgens, Jamie Chung (Baby Doll e le sue compagne di fuga) fanno ben poco per farci partecipare al dramma, ingabbiate da una sceneggiatura particolarmente debole, ma è lo stesso senso di tragicità che manca.

Per intenderci, il destino fatale di Sucker Punch sta all’amore melodrammatico di Moulin Rouge come Zack Snyder sta a Baz Luhrman: entrambi imbellettano questo concetto con una bella confezione, estetizzandolo e privandolo di carnalità, di urgenza e in definitiva lo commercializzano, lo rendono pronto per essere apprezzato da qualunque teenager si accosti alle due opere. Solo che il regista australiano ha la furbizia di usare una confezione che amplifica la melodrammaticità della sua opera, ovvero la struttura a musical con canzoni struggenti, mentre Zack non riesce a fare a mano di infilarci robottoni e remix techno di classici del rock. Il risultato, come si può intuire, è ben diverso.

E adesso arriviamo alle sequenze d’azione: lasciando perdere pretestuosità e gratuità (che non devono interessarci), va però detto che questi momenti, quelli centrali e i più attesi, deludono le aspettative. A livello scenografico, in quanto non si tratta altro che di una ripresa di scenari visti e rivisti da chi si intende di certe atmosfere, senz’anima, senza davvero la capacità di meravigliare. Sembrano sì dei videogame, ma uno di quelli che ricalcano un capofila molto più talentuoso.

E, cosa ben più grave, a livello di intrattenimento: si avverte una sorta di astrazione, di ricerca della perfezione estetica, e manca del tutto la corporeità, la fisicità, la carne che si viene percossa durante le mazzate che si scambiano i personaggi. Per fare un paragone 300 sta a Sucker Punch come un film di kung fu serio sta a Hero di Zhang Yimou: Snyder purtroppo ricerca la poesia, e raggiunge a volte, se va bene, la poeticità, l’iconizzazione di un certo momento topico.

Certo, ci sono parti straordinarie in cui si ritrova il talento del regista (l’assalto al treno col combattimento fantascientifico e alcuni combattimenti nel mondo nazi-steampunk) ma manca davvero il lato interattivo, sensoriale, che invece prevaleva nell’opera dedicata agli spartani e al loro sacrificio.

Sucker Punch, in conclusione, assomiglia molto più ad una sequenza parzialmente interattiva di un videogame dalla bella grafica, invece che a un picchiaduro dall’ottima giocabilità, vero obiettivo dell’intrattenimento videoludico: il divertimento e non l’apprezzamento estetico un po’ snob.

Scritto da Style24.it Unit
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