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Negli ultimi anni, il concetto di lavoro ha subito un’evoluzione radicale, soprattutto a seguito dell’emergenza sanitaria globale.
Una delle modalità più discusse è stata senza dubbio lo smartworking, che ha portato a una riconsiderazione delle dinamiche lavorative quotidiane, in particolare per le donne. In questo contesto, è cruciale analizzare come la difesa del lavoro agile possa non solo tutelare i diritti delle donne, ma anche contribuire a un futuro più sostenibile per le aziende.
La pandemia ha costretto molte persone a rivedere le proprie abitudini lavorative, introducendo il lavoro da remoto come una pratica comune.
Tuttavia, il concetto di smartworking non si limita alla semplice sostituzione della presenza fisica in ufficio. Rappresenta una vera e propria metamorfosi delle modalità di lavoro, permettendo ai dipendenti di bilanciare professione e vita privata in modi prima inimmaginabili.
Le donne, in particolare, hanno sperimentato il passaggio allo smartworking in modo unico. Molte di loro si trovano a dover gestire simultaneamente responsabilità lavorative e familiari, creando una realtà complessa.
Francesca, una madre lavoratrice, inizia la sua giornata alle 8:17 con una riunione su Teams, poi accompagna un figlio a scuola e affronta il traffico nel tragitto verso il lavoro, sentendosi spesso in colpa per la mancanza di tempo dedicato alla famiglia. Questa realtà non è semplicemente uno smartworking: è una fusione dei vari aspetti della vita quotidiana.
Questa modalità di lavoro ha portato a una serie di sfide per le donne.
La sensazione di colpa, spesso invisibile, si accompagna alla necessità di dimostrare la propria produttività. Le aziende devono riconoscere che il concetto di efficienza non si misura solo attraverso le ore trascorse in ufficio, ma attraverso i risultati ottenuti, anche se in modalità remota.
Con l’affermarsi dello smartworking, sono emerse anche questioni legate alla legislazione e alla fiscalità. La Convenzione OCSE contro le doppie imposizioni ha subito un aggiornamento per adattarsi a questa nuova realtà.
La distinzione tra luogo di lavoro e sede dell’azienda ha sollevato interrogativi cruciali riguardo alla tassazione dei redditi.
Tradizionalmente, il modello OCSE si basava su un nexus fisico tra il luogo di lavoro e la sede dell’azienda. Tuttavia, con l’emergere del lavoro da remoto, si è dovuto rivedere questo approccio. Se una lavoratrice opera da casa, la questione si pone: dove deve essere tassato il suo reddito? Se il lavoro è svolto in un altro Paese, può sorgere il dubbio se tale situazione configuri una stabile organizzazione.
Le normative vigenti devono quindi essere adattate per riflettere questa nuova realtà. Durante l’emergenza COVID-19, l’OCSE ha emesso linee guida temporanee, suggerendo di considerare il lavoro da remoto come equivalente alla presenza fisica. Tuttavia, queste indicazioni non hanno valore legale e lasciano ampio margine di manovra agli Stati nel definire le proprie politiche fiscali.
È
chiaro che il lavoro da remoto ha potenzialità enormi. Per le donne, può rappresentare un’opportunità per conciliare vita professionale e familiare, ma è fondamentale che le aziende e i legislatori collaborino per creare un ambiente favorevole. La difesa dello smartworking non deve essere vista solo come una questione di flessibilità, ma come una strategia vitale per il futuro dell’occupazione femminile e per la sostenibilità delle aziende.