La moda italiana è finita nuovamente sotto i riflettori per un’indagine che sta facendo discutere. I Carabinieri del nucleo di tutela del lavoro di Milano hanno bussato alle porte di undici grandi marchi del settore, tra cui ChanelBrunello Cucinelli e Etro chiedendo documentazione relativa alle forniture e alle condizioni di lavoro lungo la filiera.
L’inchiesta, coordinata dal pm Paolo Storari si concentra sulle modalità di realizzazione di accessori come copriabiti, pochette e shopper. L’obiettivo è verificare se i grandi brand abbiano utilizzato società ‘schermo’ che, a loro volta, si sono rivolte a opifici cinesi privi di requisiti di igiene e sicurezza, dove i diritti dei lavoratori non sarebbero garantiti e i salari sarebbero molto al di sotto di quelli regolari.
Le aziende coinvolte e le accuse
Le aziende coinvolte nell’indagine sono Owenscorp ItaliaChanelBrunello CucinelliGoyard ItalieMonclerStefano RicciBulgariJacob Cohen CompanyEtroF.Vl e Brandart. Tutte queste aziende si sono rivolte a Moda Fashion Style srl e Isacco Srl già perquisite lo scorso maggio, dove sono stati trovati pezzi firmati da questi marchi.
Le accuse sono gravi: impiego di lavoratori in nero, privi di permesso di soggiorno, macchinari privi di meccanismi di sicurezza, condizioni alloggiative degradanti e lavorazioni durante tutto l’arco della giornata, anche nei giorni festivi. Inoltre, sono state rinvenute etichette con la scritta made in Albania.
Le reazioni delle aziende
Tra le aziende coinvolte, solo Brunello Cucinelli ha rilasciato una dichiarazione ufficiale. In una nota, l’azienda ha espresso sorpresa e dispiacere per il fatto che parte del materiale destinato al packaging sia stato rinvenuto in un luogo di lavoro indecoroso. Cucinelli ha assicurato che si tratta di prodotti non destinati alla vendita e che la produzione è stata affidata a una società diversa con sede in Veneto. L’azienda ha inoltre dichiarato di aver svolto verifiche documentali che non hanno fatto emergere elementi di criticità e di aver sempre corrisposto un prezzo congruo.
Ora, le aziende dovranno spiegare agli inquirenti quali misure hanno adottato per evitare lo sfruttamento dei lavoratori. In caso contrario, anche per loro potrebbe aprirsi la strada del commissariamento.
Il contesto storico
Questa indagine non è un caso isolato. Negli ultimi anni, diverse case di moda come ArmaniValentinoLoro PianaManifactures DiorAlviero Martini e Tod’s sono finite sotto indagine per presunto sfruttamento lavorativo. Alcuni di questi casi si sono risolti o stanno per essere risolti con la bonifica della filiera, grazie all’aiuto di un commissario.
La Procura di Milano sta cercando di capire il grado di coinvolgimento delle imprese nell’utilizzo della manodopera sfruttata e l’idoneità dei modelli organizzativi previsti dalla legge 231/2001 per prevenire fenomeni riconducibili al caporalato. La legge 159/, che regola la messa in amministrazione giudiziaria delle società eventualmente agevolatrici del caporalato, è un richiamo insidioso che segnala il potenziale rischio per le aziende coinvolte.



