Dopo trentadue anni di silenzio, il capo della Banda della Uno Bianca, Roberto Savi, ha scelto il set di Belve Crime per rompere il riserbo. L’intervista, condotta da Francesca Fagnani e registrata nel carcere di Bollate, è andata in onda martedì 5 maggio 2026 su Rai 2 e in streaming su Rai Play. Le anticipazioni diffuse dalle trasmissioni e dalla stampa hanno acceso dibattiti perché le affermazioni di Savi non si limitano a ricostruire fatti criminali già giudicati, ma evocano il ruolo di apparati e una possibile copertura investigativa.
Al centro del confronto c’è uno dei capitoli più dolorosi della vicenda: l’assalto all’armeria di via Volturno a Bologna, del 2 maggio 1991, quando persero la vita la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Secondo le sentenze l’azione rientrò in una rapina finita tragicamente; nella narrazione di Savi quella chiave interpretativa viene invece messa in discussione, perché — sostiene lui — il movente logistico non reggerebbe: «chi va a rapinare pistole?» è il senso della sua replica.
Le rivelazioni sull’armeria di via Volturno
Nel colloquio Savi sostiene che l’uccisione di Capolungo non fu un atto casuale ma mirato: secondo l’ex poliziotto la vittima avrebbe avuto legami con «servizi particolari» dei Carabinieri e la sua eliminazione sarebbe stata richiesta per motivi esterni alla mera rapina. Questa versione, se confermata, ribalterebbe la lettura processuale consolidata e alimenterebbe l’ipotesi che alcune azioni della banda siano state compiute su indicazione di uffici esterni, definiti dall’intervistato come apparati. L’accusa di azioni concordate con soggetti istituzionali è tra le più pesanti emerse finora.
Contesto e reazioni
Le parole di Savi hanno suscitato la netta reazione dei familiari delle vittime: Alberto Capolungo, figlio di Pietro e presidente dell’associazione dei familiari, ha bollato l’intervista come inopportuna e ha invitato l’intervistato a riferire tutto ai magistrati e non alla televisione. Parallelamente, la procura continua a lavorare su fascicoli aperti e riaperti: sono in corso accertamenti che riguardano reperti, profili biologici e possibili nuove tracce, con il coinvolgimento del Ris e la digitalizzazione di processi di Pesaro, Rimini e Bologna. Le affermazioni di Savi possono quindi avere impatto anche operativo.
I presunti legami con i servizi e i viaggi a Roma
Un elemento ricorrente nell’intervista riguarda i frequenti spostamenti di Savi verso la capitale: «tutte le settimane passavo due o tre giorni a Roma», ha detto, suggerendo incontri regolari con persone che identifica come «loro», e che la giornalista incalza chiamando «i Servizi». Il racconto prosegue affermando che, in certe fasi, personaggi non appartenenti al mondo della delinquenza avrebbero garantito una sorta di protezione operativa, consentendo alla banda di agire senza essere individuata. Paradossalmente, sempre secondo Savi, gli stessi legami avrebbero poi concorso al suo arresto: «ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».
Implicazioni investigative
Se emerge che esistettero contatti organici tra componenti della banda e soggetti di istituzioni, le conseguenze sarebbero molto più che mediatiche: si riaprirebbero interrogativi su eventuali depistaggi, omissioni investigative e responsabilità esterne. Nel passato della vicenda sono stati citati nomi come quello di Domenico Macauda, già condannato per depistaggio, e rimangono punti oscuri su presunti complici esterni. La storia giudiziaria della Uno Bianca, con oltre cento azioni criminali tra rapine, assalti e omicidi, 24 morti e più di cento feriti, resterebbe al centro di un nuovo esame alla luce di queste parole.
Dove vedere l’intervista e il formato dello show
L’appuntamento televisivo fa parte di Belve Crime, lo spin-off che ripercorre i casi di cronaca nera più controversi. La puntata con Roberto Savi è andata in onda martedì 5 maggio 2026 su Rai 2 e in streaming su Rai Play. Oltre al faccia a faccia con Francesca Fagnani, l’edizione include contributi di commento: la youtuber e podcaster Elisa True Crime introduce ogni storia e l’architettura del programma alterna interviste a inquadrature di contesto per ricostruire i fatti. La scelta del mezzo ha inevitabilmente alimentato il dibattito tra chi sollecita la verità processuale e chi ritiene che approfondimenti simili vadano svolti davanti ai magistrati.
Conclusione
Le dichiarazioni di Savi riaccendono un conflitto tra memoria storica e ricostruzione giudiziaria: mentre le famiglie cercano risposte definitive, la procura mantiene aperti fascicoli e analisi tecniche. Il colloquio a Belve Crime non chiude il capitolo, ma lo riapre con domande precise: quali erano i rapporti reali tra la Banda della Uno Bianca e soggetti istituzionali? E quanto potevano influire tali rapporti sulle indagini dell’epoca? Le parole dell’intervistato potrebbero spingere verso nuovi accertamenti e, per molti, rappresentano l’ennesimo tassello da verificare con rigore processuale.



