I Guardiani del destino, con Matt Damon: fato vs libertà per il trionfo dell’amore

Partiamo dal titolo, croce e delizia ormai di qualsiasi recensione di film che non sia di italica fattura o che non abbia ricevuto l’infausto trattamento della traduzione.

I guardiani del destino, pellicola in uscita il 17 giugno, di cui Matt Damon e Emily Blunt sono gli attori protagonisti, nella versione originale si chiama The Adjustment Bureau.

Primo scarto, la cui caratteristica principale è quella di dare una ovvia connotazione metafisica (già oppressivamente incombente per tutto la durata del film) quando il titolo originale voleva mantenersi neutro e allusivo.

Secondo scarto: leggerete “liberamente tratto da un racconto di Philip K. Dick“. Bisognerebbe sottolineare 10 volte, in rosso, quel “liberamente” perché della 20 scarsa di pagine del racconto viene estirpato solo l’idea iniziale, lo spunto di partenza, tradendone completamente tono, intenzioni e sottotesto.

Ma vediamo sommariamente la trama: David Norris è un membro del Congresso, carismatico e vicino ai suoi elettori, che si è candidato ad un posizione al Senato. Purtroppo il suo sogno politico va in fumo quando viene pubblicata una foto compromettente. L’uomo riesce ad andare avanti anche grazie all’incontro (fortuito?) con una bellissima ballerina di nome Elise Sellas, che lo sprona ad andare avanti e di cui si innamora perdutamente. Qualche tempo dopo i due si reincontrano casualmente (?) su un autobus.

Sarà a quel punto che inizieranno i guai per David, costretto a fare i conti con una strana e misteriosa organizzazione che controlla il destino degli uomini e lo indirizza verso un piano prefissato, di cui ovviamente sono ignoti i contorni globali. La scelta che gli si perrà davanti sarà quella tra un futuro assieme a Elise, andando contro questi “angeli custodi” oppure una carriera entusiasmante, come previsto dal fantomatico “piano”.

Cosa imputare al malcapitato George Nolfi, regista all’esordio nonché scrittore della sceneggiatura? Si potrebbe iniziare parlando di una messa in scena che, fatta eccezione per qualche trovata visiva legata al modo in cui i guardiani del destino passano da un posto all’altro (comunque soluzioni già viste, si pensi solo a Eternal sunshine of the spotless mind), è quanto di più piatto e televisivo si possa concepire su grande schermo.

Non solo la vicenda non decolla mai davvero, ma anche il modo in cui viene raccontata è estremamente frammentario e ben poco immersivo: i salti temporali non aiutano un film poco coeso e decisamente poco carismatico, a differenza di quanto ci voglia far credere del protagonista. La stessa storia d’amore tra il politico e la ballerina viene data per scontata e nulla di ciò che dicono o fanno ci porta davvero a credere in un rapporto così forte da vincere il destino.

Purtroppo si deve criticare la pellicola sopratutto in fase di sceneggiatura, che rappresenta efficacemente la pigrizia mentale che domina tra i produttori hollywoodiani. Il film infatti non si pone mai in modo serio le domande che sembra voler far trapelare da quelle minime suggestioni che dissemina: l’annoso contrasto, il dubbio fatale tra libero arbitrio e determinismo vengono risolti da Nolti attraverso lo sbandieramento del messaggio dell’opera, gusto melassa, che è il classico “Abbiate-fiducia-in-voi-l’Amore-vince-su-Tutto”.

Matt Damon e Emily Blunt, questo va detto, sono particolarmente efficaci come interpreti di due personaggi medi, mai sopra le righe o troppo costruiti, nonostante il ruolo prefissato cui dovrebbero aderire. Damon torna allora a quella performance dimessa e volutamente sottotono che aveva già caratterizzato un altro film fallito per mancanza di coraggio, ovvero Hereafter di Clint Eastwood.

Scritto da Style24.it Unit
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