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12 Settembre 2026

La reunion degli Oasis al Lido di Venezia: il documentario che ha fatto storia

Dopo sedici anni di silenzio, Liam e Noel Gallagher tornano insieme sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia per la premiere del documentario 'Oasis: Don’t Look Back in Anger'. Scopri il significato di questo ritorno storico.

La reunion degli Oasis al Lido di Venezia: il documentario che ha fatto storia

Il 5 settembre 2026, il Lido di Venezia è stato teatro di un evento storico: la premiere mondiale di Oasis: Don’t Look Back in Anger il documentario che racconta la reunion dei leggendari fratelli Gallagher. Liam e Noel, dopo sedici anni di silenzio, hanno calcato insieme il red carpet della Mostra del Cinema, un gesto che ha catalizzato l’attenzione di tutto il mondo.

Il documentario, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace è stato presentato nella sezione Fuori Concorso della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Questa scelta non è casuale: il film non è solo un tributo alla band, ma un documento culturale che merita di stare accanto ai grandi film dell’anno.

La premiere che ha fermato Venezia

Il Lido di Venezia, abituato agli incontri improbabili, ha vissuto un momento surreale con l’arrivo di Liam e Noel Gallagher. I due fratelli, protagonisti di una delle faide fraterne più celebri della storia del rock, hanno condiviso il tappeto rosso per la prima volta dopo anni di silenzio pubblico. La folla li ha accolti con l’entusiasmo riservato soltanto alle leggende.

La sezione Fuori Concorso della Mostra del Cinema di Venezia è nota per ospitare opere che non si piegano alle categorie tradizionali del cinema d’autore ma che portano con sé un peso culturale innegabile. Oasis: Don’t Look Back in Anger è esattamente questo tipo di film: un’opera che sfugge alle classificazioni, a metà strada tra il concert film e il ritratto psicologico di due personalità che hanno segnato un’epoca.

Dylan Southern e Will Lovelace: i registi dietro la macchina da presa

Dylan Southern e Will Lovelace non sono nuovi al mondo della musica rock attraverso il linguaggio documentaristico. I due registi britannici hanno costruito una carriera solida nel genere, sviluppando uno stile che privilegia l’intimità rispetto allo spettacolo, la complessità psicologica rispetto alla celebrazione acritica.

Affidare loro il documentario sulla reunion degli Oasis è stata una scelta precisa: non si trattava di realizzare un prodotto promozionale, ma di andare in profondità in una storia umana prima ancora che musicale. Southern e Lovelace hanno avuto accesso privilegiato al tour Live ’25 il grande ritorno dal vivo degli Oasis che ha portato Liam e Noel a suonare insieme per la prima volta dopo la rottura del 2009.

Il film non si limita a documentare i concerti: è, nelle parole di chi lo ha visto a Venezia, una vera e propria esplorazione del rapporto conflittuale tra i due fratelli, con tutto il peso emotivo che questo comporta. La telecamera non si accontenta delle immagini sul palco — cerca le crepe, i silenzi, i momenti in cui la storia riemerge nonostante tutto.

Il documentario e la storia della rottura del 2009

Per capire il peso di questo film bisogna tornare indietro a quella sera del 28 agosto 2009, quando gli Oasis si sciolsero nel backstage del festival di Rock en Seine a Parigi. Noel Gallagher annunciò la sua uscita dalla band con un comunicato secco, parlando di una situazione diventata insostenibile. Liam non tardò a rispondere, e nei mesi e negli anni successivi il botta e risposta tra i due fratelli divenne uno degli spettacoli più bizzarri e dolorosi del rock britannico.

Per sedici anni, i fan degli Oasis hanno vissuto in un limbo strano: la musica della band continuava a essere ascoltata, amata, cantata in coro in ogni angolo del mondo. Ma la band non esisteva più. La domanda “torneranno mai insieme?” è rimasta senza risposta per quasi due decenni, diventando una sorta di tormentone collettivo nel panorama musicale globale.

Quando nell’estate del 2025 è stato annunciato il tour Live ’25, la reazione del pubblico è stata immediata e travolgente. I biglietti sono andati esauriti in tempi record, generando code virtuali di centinaia di migliaia di persone e alimentando un dibattito acceso sulle piattaforme di ticketing e sui prezzi della rivendita.

Il documentario nasce proprio da questo contesto, e la sua forza sta nel fatto che non cerca di semplificare una storia complicata. La riconciliazione dei Gallagher non è una favola a lieto fine confezionata per il mercato: è qualcosa di più ambiguo, di più vero, e i registi Southern e Lovelace sembrano averlo capito perfettamente.

Parte concert film, parte ritratto psicologico

Una delle caratteristiche più interessanti di Oasis: Don’t Look Back in Anger è la sua struttura ibrida. Il film è, al tempo stesso, un concert film e un’esplorazione del rapporto tra Noel e Liam Gallagher — e questa doppia natura non è una debolezza, ma la sua ragione d’essere più profonda.

Sul versante musicale, il documentario offre ciò che i fan si aspettano: le canzoni iconiche, il pubblico in delirio, l’energia di una band che sul palco ha sempre saputo essere qualcosa di più grande della somma delle sue parti. Sentire Champagne Supernova o Wonderwall cantata da decine di migliaia di persone è un’esperienza che il cinema sa restituire con una potenza particolare, quando il lavoro di ripresa e montaggio è all’altezza della situazione.

Ma è il versante più intimo del film quello che, stando alle prime reazioni da Venezia, ha sorpreso di più il pubblico. Il documentario non si limita a mostrare i Gallagher sul palco: li segue nei momenti di pausa, nei corridoi dei venue, nelle conversazioni che precedono e seguono i concerti. E in quei momenti emerge qualcosa di difficile da definire — non la pace ritrovata in senso sentimentale, ma qualcosa di più sottile e realistico: due persone che hanno imparato, forse, a coesistere con la propria storia comune senza negarla.

Il titolo stesso, Don’t Look Back in Anger è naturalmente il titolo di una delle canzoni più amate degli Oasis, scritta e cantata da Noel — un dettaglio non banale, considerando che Liam era il cantante principale della band. Usarlo come titolo del documentario sulla reunion è un gesto carico di significato: suggerisce che il film voglia fare esattamente quello che la canzone invita a fare, ovvero guardare al passato senza lasciarsene consumare.

Venezia, con la sua capacità di trasformare ogni premiere in un momento di storia, era il luogo giusto per questo debutto. Il fatto che Oasis: Don’t Look Back in Anger abbia scelto la Mostra del Cinema come palcoscenico d’apertura dice qualcosa di preciso sulle ambizioni del progetto: non è un film per soli fan, ma un’opera che vuole parlare a chiunque abbia mai vissuto la frattura di un rapporto importante e si sia chiesto se fosse possibile, in qualche modo, tornare indietro — o almeno andare avanti senza portarsi dietro tutto il peso del rancore.

Autore

Cristian Castiglioni

Cristian Castiglioni, veneziano, iniziò come blogger dopo aver postato una guida sui bacari e ricevuto centinaia di messaggi: quella reazione spinse la sua trasformazione in redattore. Cura contenuti amichevoli e porta in redazione appunti fotografici di vaporetto e cicchetti.