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9 Settembre 2026

Ripartenza autunnale: perché gli uomini faticano a chiedere aiuto psicologico

Scopri perché gli uomini faticano a chiedere aiuto psicologico e come trasformare le difficoltà emotive in opportunità di crescita personale

Ripartenza autunnale: perché gli uomini faticano a chiedere aiuto psicologico

L’arrivo di settembre porta con sé un’ondata di rinnovamento, un momento ideale per riordinare le priorità e ripartire. Tuttavia, per molti uomini, questo periodo si trasforma in una sfida emotiva. Secondo un’indagine, circa il 70% dei terapeuti registra un aumento delle richieste di supporto proprio in questo mese. Ma perché così tanti uomini abbandonano il percorso psicologico dopo solo pochi incontri?

La risposta risiede in una pressione sociale e culturale ancora radicata. Quasi quattro italiani su dieci dichiarano di dover nascondere le proprie difficoltà emotive per il timore di essere giudicati. L’aspettativa di doversi mostrare sempre performanti e in controllo spinge molte persone a tirarsi indietro al primo accenno di disagio.

La paura di mostrare vulnerabilità

Mettersi a nudo e mostrare il proprio lato vulnerabile continua a rappresentare uno scoglio notevole. Circa un professionista su tre osserva un abbandono precoce del percorso psicologico dopo appena due o tre incontri. La fase iniziale è fisiologicamente la più complessa. “Decidere di rivolgersi a uno psicologo e affrontare il primo colloquio richiede un atto di coraggio verso se stessi che non tutti sono pronti a compiere subito, complice un ambiente culturale che invita a mostrarsi sempre forti”, sottolinea Danila De Stefano, psicologa e Founder di Unobravo.

Settembre amplifica questo meccanismo, perché si rientra nella routine con l’intenzione di rimettere ordine alla propria vita. A volte l’intenzione, da sola, non basta a sostenere le prime settimane, che possono essere le più difficili. Quello che aiuta è sapere in anticipo che guardare ‘la matassa’ da vicino è la parte scomoda dell’inizio, non il segnale di aver sbagliato strada, e che il professionista giusto è lì proprio per aiutare a individuare il filo da cui partire, con i propri tempi.

La trappola del senso di colpa

Un altro ostacolo significativo è il senso di colpa cronico, quel coinquilino abusivo della nostra psiche che non paga l’affitto e si fa vivo nei momenti meno opportuni. Dal punto di vista psicologico, il senso di colpa cronico nasce spesso da un cortocircuito cognitivo: la tendenza a credere di poter (e dover) controllare gli umori, le reazioni e le aspettative di chiunque ci circondi. Quando le cose non vanno come previsto o qualcuno si risente, la nostra mente attiva una scorciatoia immediata: “È colpa mia”.

Le radici di questa voce interiore si nascondono spesso nelle nostre prime esperienze di vita. Durante l’infanzia e l’adolescenza impariamo a leggere i segnali degli adulti per assicurarci il loro approvazione. Se siamo cresciuti con la convinzione che per essere amati bisognasse essere sempre bravi, disponibili e impeccabili, da adulti ogni piccolo fallimento o confitto viene percepito come un tradimento. Il senso di colpa diventa così il guardiano di un vecchio patto: la paura che basti un errore per deludere chi ci sta accanto e perdere il suo affetto.

Come disattivare il pilota automatico del senso di colpa

Sganciarsi da questo meccanismo richiede allenamento, ma disinnescare la trappola è assolutamente possibile. Ecco alcuni consigli pratici:

  • Fatti la domanda fondamentale“Ho commesso un errore con l’intenzione di ferire qualcuno o sto solo difendendo un mio bisogno legittimo?” Se non c’è dolo, non c’è reato.
  • Sostituisci il ‘scusa’ con il ‘grazie’ invece di dire “Scusa per il ritardo”, prova con “Grazie per avermi aspettato”. Cambia completamente la dinamica emotiva dell’interazione.
  • Accetta l’infezione nessuno ha il potere di rendere felici tutti, 24 ore su 24. Imparare a tollerare il fatto che gli altri possano rimanere contrariati da una tua scelta è il primo passo verso la vera libertà emotiva.

La rappresentazione degli stereotipi di genere

Un altro aspetto cruciale è la rappresentazione degli stereotipi di genere nella cultura popolare. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, ha recentemente commentato un episodio che ha attirato l’attenzione mediatica: l’ingresso di un artista a San Siro insieme a dieci ragazze. Pellai sottolinea come questa scena sia un concentrato di stereotipi di genere che dovrebbe far riflettere tutti, adulti e giovanissimi.

“Siamo noi uomini per prima a doverci distanziare da questo genere di narrazioni e di celebrazioni”, afferma Pellai. “Il paradosso oggi sta nel fatto che da ogni parte si invoca all’educazione di genere e alla rimozione degli stereotipi di genere. A scuola si inventano progetti, si mobilitano specialisti e formatori. I ragazzi sembrano afferrare il messaggio, desiderare cambiamenti che appaiono così funzionali al loro benessere sociorelazionale ed emotivo. Nel frattempo, la loro cultura ‘mainstream’ continua a bombardarli di immagini e messaggi che affermano l’esatto contrario.”

Pellai sottolinea inoltre la necessità che siano innanzitutto gli uomini a interrogarsi sul tipo di modelli che vengono proposti e normalizzati. “Con questo post non mi interessa parlare di Sfera Ebbasta, sia chiaro. Mi interessa promuovere pensiero critico sulla cultura di cui lui, volente o nolente, è un testimonial di riferimento”, conclude Pellai.

Autore

Beatrice Bonaventura

Beatrice Bonaventura ricorda la decisione di lasciare le passerelle di Firenze dopo un servizio su sartorie locali; da allora guida scelte stilistiche pratiche per lettori. In redazione propone palette sobrie e mantiene un archivio personale di tagli e cartamodelli d’epoca.