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3 Giugno 2026

Medicina di genere in Italia: perché serve un cambiamento concreto

La medicina di genere rilegge sintomi, dispositivi e ricerca per cure più efficaci e inclusive per uomini, donne e persone transgender

Medicina di genere in Italia: perché serve un cambiamento concreto

Per secoli la medicina ha adottato il corpo maschile come modello dominante, un’eredità che risale a figure storiche come Galeno. Questo paradigma ha portato a sottovalutare o a interpretare in modo riduttivo i segni e i disturbi che colpiscono le donne e altre identità di genere. Oggi la necessità di cambiare prospettiva è chiara: la medicina deve riconoscere che variabili biologiche e socio-culturali influenzano diagnosi, decorso delle malattie e risposta alle terapie.

Che cos’è la medicina di genere

La medicina di genere è un approccio che studia l’impatto delle differenze legate al sesso — caratteristiche biologiche e anatomiche — e a quelle legate al genere — ruoli sociali e norme culturali — sulla salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha contribuito a definire questo campo: nel 2008 è stata proposta una definizione che mette al centro la necessità di analizzare come sesso e genere condizionano malattia e cura. Integrare queste dimensioni significa progettare prevenzione, diagnosi e terapia più aderenti alle esigenze reali delle persone.

Un approccio per tutte le persone

Contrariamente a un diffuso fraintendimento, la medicina di genere non è una specializzazione esclusivamente femminile: riguarda uomini, donne e persone transgender. I dati segnalano barriere concrete: secondo UNAR il 46% della popolazione transgender ha difficoltà ad accedere ai servizi sanitari di base, spesso per percezioni discriminatorie. Riconoscere queste differenze significa progettare percorsi di cura più inclusivi, eliminare ostacoli all’accesso e migliorare gli esiti terapeutici per tutti.

Normativa e percorso italiano

L’Italia ha compiuto passi istituzionali per inserire la prospettiva di genere nella pratica clinica e nella ricerca. Il tema è stato incluso tra i determinanti da considerare nelle attività medico-scientifiche e la normativa è progredita con la legge n. 3/2018. Un punto di svolta è il Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere, approvato il 13 giugno 2019 in Conferenza Stato Regioni con il contributo del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità. Il Piano propone strumenti operativi, come referenti regionali, per integrare la prospettiva di genere lungo tutto il percorso di cura.

Tra intenti e ostacoli

Nonostante i quadri normativi, l’attuazione resta disomogenea. La formazione del personale sanitario, la cultura della ricerca e l’organizzazione dei servizi richiedono trasformazioni profonde. In molti studi clinici il sesso rimane una variabile descrittiva anziché il fulcro dell’analisi: una revisione internazionale su oltre mille studi clinici, per circa cinque milioni di partecipanti, mostra che solo una minoranza riporta dati disaggregati per sesso e ancor meno traducono le differenze in raccomandazioni operative. Questo divario limita la capacità di offrire cure davvero personalizzate.

Esempi concreti: dispositivi e ritardi diagnostici

Il problema non riguarda solo protocolli e tabelle: colpisce anche la progettazione degli strumenti medici. Cateteri, stent, protesi e apparecchi diagnostici sono spesso calibrati su anatomie maschili senza sperimentazioni differenziate per sesso, aumentando il rischio di complicanze. Parallelamente, alcune malattie evidenziano come la mancata integrazione della prospettiva di genere impatti direttamente i pazienti: è il caso dell’endometriosi, che in Italia interessa oltre 1,8 milioni di donne e registra un ritardo diagnostico medio di 6-7 anni.

Dati sull’endometriosi

Un’indagine della Fondazione Italiana Endometriosi su oltre 830 donne mette in luce criticità significative: il 57% ha avvertito i primi sintomi in adolescenza e il 20% tra i 18 e i 25 anni; il 66% si è spesso sentito non creduto e solo il 21% si è sentito pienamente ascoltato dai professionisti sanitari. Il 91% ha ricevuto almeno una volta il messaggio che il dolore mestruale è normale, spesso (34,9%) da medici. Questi numeri descrivono come stereotipi e mancata attenzione al genere ritardino diagnosi e peggiorino il percorso terapeutico.

Verso soluzioni pratiche

Per trasformare le evidenze in cambiamento servono misure concrete: regole che impongano metodi di ricerca con dati disaggregati per sesso, programmi di formazione specifici per il personale sanitario, progettazione di dispositivi medici con validazioni differenziate e politiche sanitarie che traducano il diritto alla salute in pratiche operative. Solo attraverso azioni coordinate tra istituzioni, centri di ricerca, industria e società civile la medicina potrà rispondere alle esigenze di tutte le persone senza lasciare indietro nessuno.

Autore

Edoardo Marchesi

Edoardo Marchesi, voce delle notizie di Palermo, ricorda la notte in cui seguì il corteo in via Maqueda e decise di chiedere carte e nomi: da allora predilige verifiche sul campo. In redazione guida l’agenda delle emergenze e custodisce una collezione di vecchie mappe della città.