Il 28 febbraio 2026 a Roma si è svolta una manifestazione nazionale convocata da centri antiviolenza, reti transfemministe e associazioni civili. La protesta è stata organizzata per contestare le modifiche al disegno di legge sugli stupri. In piazza si sono visti cartelli e cori con lo slogan centrale: senza consenso è stupro. Hanno partecipato delegazioni sindacali, Ong e realtà territoriali provenienti da diverse regioni. Le organizzatrici hanno annunciato la presenza di oltre cinquanta pullman diretti verso la Capitale.
Perché le organizzatrici contestano il testo
Le promotrici della mobilitazione contestano la rielaborazione del ddl, sostenendo che la rimozione del termine consenso e la sua sostituzione con espressioni generiche come volontà contraria all’atto sessuale ridurrebbe la tutela delle vittime. I centri antiviolenza affermano che la nuova formulazione complicherebbe l’accertamento della responsabilità penale e favorirebbe interpretazioni giurisprudenziali contrastanti.
Secondo le organizzatrici, la vaghezza terminologica potrebbe dar luogo a profili di incostituzionalità, riducendo la certezza del diritto e aumentando il rischio di decisioni divergenti nei tribunali. Le associazioni sottolineano inoltre che l’onere probatorio ricadrebbe in misura maggiore sulle persone offese.
Le promotrici richiamano l’attenzione sulle possibili conseguenze pratiche: ritardi nelle indagini, archiviazioni più frequenti e difficoltà nell’accesso a misure di protezione. Hanno annunciato ulteriori iniziative di mobilitazione e richieste di confronto parlamentare per ottenere chiarimenti sul testo.
Il richiamo agli standard internazionali
Le promotrici della mobilitazione hanno ribadito il collegamento con le istanze esposte nelle fasi precedenti e con le future richieste di confronto parlamentare.
Un punto ricorrente negli interventi è stato il richiamo alla Convenzione di Istanbul, già ratificata dall’Italia. Le organizzatrici hanno sottolineato che definire lo stupro in base al mancato consenso è uno standard internazionale riconosciuto. Hanno aggiunto che l’adozione di tale criterio è fondamentale per allineare il diritto nazionale alle pratiche di prevenzione e contrasto della violenza sessuale adottate in molti paesi.
Composizione e atmosfera del corteo
La manifestazione è partita da piazza della Repubblica e si è diretta verso piazza San Giovanni. Secondo gli organizzatori, si sono radunate diverse migliaia di persone, con una forte presenza femminile e di reti territoriali impegnate da tempo nella prevenzione e nell’assistenza.
In testa al corteo hanno sfilato i centri antiviolenza, seguiti da sindacati come CGIL, Fiom, Uil e Cobas, e da associazioni per i diritti umani. L’atmosfera è stata definita determinata ma pacifica dagli osservatori presenti.
Slogan, cartelli e interventi pubblici
Dopo il corteo, osservatori hanno descritto l’atmosfera come determinata ma pacifica. I cartelli recitavano frasi nette: «chi tace non acconsente» e «senza consenso è sempre violenza». Alcuni manifesti contenevano anche una domanda retorica riportata dagli organizzatori: «Se non è condiviso, che piacere è?». Durante il percorso sono intervenute rappresentanti delle organizzazioni promotrici, avvocate che hanno illustrato i rischi giuridici delle modifiche proposte e sindacalisti che hanno collegato la questione alla partecipazione e alla tutela delle lavoratrici.
Le richieste concrete della piazza
Le manifestanti hanno avanzato richieste precise e coordinate durante la protesta. Hanno chiesto il reinserimento della parola consenso nel testo del disegno di legge e il ritorno alla stesura originaria, ritenuta più efficace dalle associazioni impegnate sul tema.
Le organizzazioni che quotidianamente assistono le vittime hanno chiesto inoltre che le loro indicazioni siano recepite nel percorso legislativo. Sul piano politico è stata sollecitata un’apertura al confronto non sminuente sui diritti, con l’obiettivo di evitare un arretramento che, secondo gli attivisti, metterebbe a rischio anni di lavoro educativo e giuridico.
Le promotrici della mobilitazione hanno infine ribadito la necessità di garanzie operative per l’applicazione delle norme e hanno annunciato la disponibilità a partecipare a tavoli tecnici. Restano in attesa di risposte formali dalle istituzioni competenti.
Implicazioni istituzionali e giuridiche
Restano in attesa di risposte formali dalle istituzioni competenti. In Parlamento la modifica proposta dalla senatrice Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia, ha polarizzato il confronto tra maggioranza e opposizione. Le audizioni svolte in commissione hanno evidenziato dubbi interpretativi sull’articolato e richieste di chiarimento da parte di giuristi e associazioni.
Le organizzazioni che hanno sfilato in piazza manifestano preoccupazione sul rischio che un testo meno chiaro sul consenso renda più difficile l’accertamento dei fatti. Tale ambiguità potrebbe incidere sull’efficacia delle misure a tutela delle persone offese e sulla certezza del diritto nei processi.
Dal punto di vista procedurale, il dibattito apre la strada a possibili emendamenti e a ulteriori audizioni tecniche. I gruppi parlamentari attendono l’esito di quei passaggi prima di definire la linea in aula.
Prospettive e prossimi passi
I gruppi parlamentari attendono l’esito dei passaggi istituzionali prima di definire la linea in aula. La mobilitazione del 28 febbraio 2026 non è un evento isolato. Si colloca in una serie di iniziative nazionali, tra presidi davanti al Senato e manifestazioni locali.
Le promotrici intendono mantenere la pressione per ottenere modifiche legislative che riconoscano come violenza ogni atto sessuale privo di consenso. Richiedono inoltre investimenti mirati per percorsi educativi sull’affettività nelle scuole e per servizi di supporto specialistico alle vittime.
La piazza ha sottolineato che la definizione giuridica produce effetti concreti sulla vita delle persone. Per associazioni e partecipanti, la parola consenso non è un dettaglio semantico, ma un principio che orienta prevenzione, assistenza e procedure giudiziarie. Il prossimo sviluppo atteso è la calendarizzazione in Parlamento delle proposte di modifica.



